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Intervista a Giaele Ronchi

C’è una domanda che si fa raramente, quando si guarda una persona che sta costruendo qualcosa di importante: cosa c’è davvero dietro? Non la versione ufficiale, fatta di premi e di percorsi di studio, ma quello che si muove sotto, prima ancora che diventi una carriera. Nel caso di Giaele Ronchi, la risposta non è un piano seguito con precisione. È qualcosa di più simile a un rigagnolo d’acqua che scende da una montagna senza una mappa, e che proprio per questo, nel tempo, finisce per scavare il percorso più adatto a lui: coro, teatro, cinema, scrittura, regia, ruoli dietro la macchina da presa. Nessuna di queste tappe è stata pianificata a tavolino. Lo si capisce bene lasciandola raccontare, domanda dopo domanda, come ci è arrivata.

1. Da bambina, cosa sognavi di diventare da grande? E quanto di quella bambina riconosci ancora nella donna e nell’attrice che sei oggi?

Da bambina avevo tanti sogni diversi: volevo recitare, cantare, lavorare con gli animali e, per un periodo, diventare biologa marina per studiare le orche. Non avevo ancora un’idea precisa di quello che avrei fatto da grande, ma mi è sempre piaciuto inventare storie e personaggi. Da bambina ne creavo continuamente di nuovi e obbligavo anche mio fratello a interpretarli insieme a me. [ride] Credo che già allora mi affascinasse l’idea di poter entrare, anche solo per un momento, in vite e mondi diversi dal mio.

Per me un lavoro creativo significava, e significa ancora oggi, avere la possibilità di non annoiarsi mai: ogni personaggio è una persona nuova da scoprire, ogni progetto è una storia diversa da vivere.

Quella bambina la riconosco ancora tantissimo in quello che faccio oggi. Anzi, ci sono momenti in cui, mentre recito o creo qualcosa, mi sembra quasi di tornare a essere lei. La differenza è che quello che allora era semplicemente un gioco e un modo di usare la fantasia, oggi è diventato il percorso che ho scelto di seguire.

2. C’è un’attrice o un regista che segui con particolare attenzione, magari qualcuno meno noto al grande pubblico? Cosa ti colpisce del suo lavoro?

Forse non è il nome più inaspettato, ma direi Zendaya. Quello che mi affascina di più del suo lavoro è la sua versatilità. Riesce a interpretare personaggi molto diversi tra loro e, ogni volta, a dare loro una realtà e un’identità proprie.

È qualcosa a cui aspiro molto anche io come attrice: non vorrei essere legata a un unico tipo di personaggio, ma avere la possibilità di esplorare ruoli, personalità e storie completamente differenti. Credo che sia una delle cose più belle di questo mestiere: poter vivere, attraverso i personaggi, mille vite diverse dalla propria.

È proprio quella capacità di trasformarsi senza perdere autenticità che trovo particolarmente interessante nel suo lavoro e che vorrei continuare a sviluppare nel mio percorso.

3. Dove è nata l’ispirazione per intraprendere questa carriera, e qual è stato il percorso che ti ha portata a diventare un’attrice professionista?

Credo che l’ispirazione sia nata molto presto, anche se da bambina non sapevo ancora che sarebbe diventata una professione. Facevo parte del coro delle voci bianche e, parallelamente, ho fatto teatro per cinque anni, dalle elementari alle medie, continuando poi anche al liceo fino ai sedici anni. In qualche modo sono sempre cresciuta all’interno di un ambiente artistico.

Mi è sempre piaciuto stare su un palco e, paradossalmente, mi rilassava. Nella vita sono sempre stata piuttosto timida, mentre sul palco, per quelle due ore o anche solo per il tempo di una performance, potevo smettere di essere la ragazza timida e impaurita e reinventarmi completamente. Potevo essere qualcun altro. Credo che ancora oggi sia una delle cose che amo di più della recitazione.

Allo stesso tempo sono sempre stata appassionata di cinema. Il mondo cinematografico mi affascinava enormemente, anche se, prima di iniziare a studiarlo seriamente, non avevo idea di quanto lavoro e quante persone ci fossero realmente dietro alla realizzazione di un film. Entrare in questo mondo e scoprirlo anche dall’interno ha trasformato quella fascinazione in qualcosa di molto più concreto.

Ho sempre saputo di voler diventare “qualcuno”, ma non necessariamente nel senso della fama. Che il mio lavoro arrivi a un pubblico piccolo o a milioni di persone sarà la vita a deciderlo. Per me significa riuscire a costruire qualcosa che mi rappresenti, raccontare storie e lasciare, anche nel mio piccolo, qualcosa alle persone che le guarderanno. E credo che la recitazione e il cinema siano il mondo giusto per provare a farlo.

4. Sei passata dal coro della Scala al teatro, fino al cinema a New York. C’è un filo conduttore tra queste esperienze così diverse, o cambi completamente approccio ogni volta?

È una domanda difficile, perché non credo di riuscire davvero a separare queste esperienze. Sono mondi diversi, certo, ma fanno tutti parte dello stesso percorso creativo e, soprattutto, sono esperienze che hanno contribuito a costruire l’artista che sono oggi.

Il teatro è arrivato quando ero molto piccola. All’epoca facevo fatica a creare amicizie e credo che mia madre mi abbia iscritta anche per aiutarmi a uscire da quello scudo che mi ero costruita intorno. Senza saperlo, mi ha regalato uno spazio nel quale potevo sentirmi libera di essere qualcun altro.

Il coro, invece, mi ha accompagnata praticamente per tutta la crescita, dall’infanzia fino all’inizio dell’età adulta. Ho iniziato in un piccolo gruppo di una decina di bambini e, con il tempo, mi sono ritrovata a cantare in un coro di circa cento ragazzi. Mi ha portata in luoghi che da bambina non avrei mai immaginato: ho avuto la possibilità di cantare alla Scala di Milano, di andare in tournée in Oman e di esibirmi anche in altri luoghi in Italia e all’estero. Da quell’esperienza credo di aver imparato soprattutto la disciplina e il valore del lavoro di gruppo: in un coro capisci molto presto che puoi essere bravissimo individualmente, ma se non ascolti gli altri non funziona nulla.

Poi è arrivata New York. Era una città di cui ero innamorata da quando l’avevo visitata per la prima volta a undici anni con la mia famiglia e, in qualche modo, ho sempre avuto la sensazione che prima o poi ci avrei vissuto. Dopo il periodo del Covid ho deciso che era arrivato il momento di uscire davvero dalla mia comfort zone e ho fatto domanda alla New York Film Academy per studiare recitazione cinematografica, perché, pur amando il teatro, il cinema è sempre stato il linguaggio verso cui mi sentivo maggiormente attratta.

Credo quindi che il filo conduttore sia proprio questo: ogni esperienza mi ha lasciato qualcosa che porto ancora oggi nelle mie performance. Il coro mi ha dato disciplina e capacità di ascolto, il teatro mi ha insegnato la libertà di trasformarmi, e il cinema mi ha permesso di portare tutto questo davanti alla macchina da presa.

Non sento di essere passata da un mondo all’altro abbandonando quello precedente. Li vedo più come diversi strati della stessa persona. Ognuno ha contribuito a creare l’artista che sono oggi e quella che sto ancora cercando di diventare.

5. Quanto conta, nel tuo lavoro, la preparazione tecnica rispetto all’istinto del momento sul set?

Credo che la preparazione tecnica sia fondamentale, soprattutto nel cinema, ma penso che serva proprio per permetterti poi di essere libera e istintiva nel momento in cui la macchina da presa si accende.

Venendo dal teatro, ho dovuto imparare molto presto quanto cambi il linguaggio della recitazione davanti alla telecamera. A teatro il corpo e la voce devono arrivare fino all’ultima fila: i movimenti sono più ampi, la voce deve avere una proiezione diversa e tutto deve essere leggibile anche da lontano. Nel cinema, invece, la telecamera vede praticamente tutto. Anche un’espressione minima, uno sguardo o un piccolo movimento possono raccontare moltissimo.

Per questo davanti alla macchina da presa bisogna avere una grande consapevolezza dei dettagli. C’è anche tutta la questione della continuità: un gesto, il modo in cui prendi un oggetto, una posizione del corpo devono poter essere ripetuti nei diversi take e nelle diverse inquadrature. In questo senso il cinema richiede molta precisione.

Anche la preparazione del personaggio cambia ogni volta. Se interpreto qualcuno che ha caratteristiche vicine alle mie, alcune cose possono arrivare in maniera più naturale. Se invece il personaggio è completamente diverso da me, ho bisogno di studiarlo molto di più: cercare di capire come ragiona, come reagirebbe in determinate situazioni, come si muove e quali sono le sue motivazioni. Per me il lavoro consiste nel costruire abbastanza bene quella persona da poter, a un certo punto, smettere di pensare a cosa fare e semplicemente reagire come reagirebbe lei.

Un’altra grande differenza rispetto al teatro è il tempo. In una produzione teatrale puoi avere settimane o mesi di prove insieme al cast. Sul set cinematografico spesso hai pochissimo rehearsal time e devi essere pronta quasi immediatamente. Gran parte del lavoro deve quindi essere fatto prima: dalla lettura del copione alla preparazione del personaggio, fino al momento in cui arrivi sul set.

Per questo non vedo tecnica e istinto come due cose opposte. La tecnica mi dà la struttura e la sicurezza necessarie; l’istinto è ciò che rende poi la performance viva. Più sono preparata, più posso permettermi di dimenticare la preparazione e lasciarmi sorprendere da quello che succede nella scena.

6. Qual è stato il momento più significativo della tua carriera finora, e come ti ha cambiata?

Forse può sembrare una risposta banale, ma credo che uno dei momenti più significativi sia stato quando il mio progetto intitolato A Captive Mind ha iniziato a ricevere i primi riconoscimenti nei festival.

Con quel progetto ho ricevuto due premi come Miglior Attrice, un’Honorable Mention, un riconoscimento per il monologo e diverse selezioni ufficiali. Vedere un lavoro a cui avevo dedicato così tanto tempo essere riconosciuto da persone che non mi conoscevano personalmente ha avuto un significato particolare per me.

Credo che il cambiamento sia stato soprattutto nella fiducia che avevo nel mio lavoro. Perché quando scegli una carriera artistica passi inevitabilmente molto tempo a chiederti: “Quello che sto facendo ha davvero valore? Arriva alle persone? Sono abbastanza brava per continuare su questa strada?”. Quei riconoscimenti non hanno fatto sparire le insicurezze, ma mi hanno fatto pensare per la prima volta: “Forse quello che faccio arriva davvero a qualcuno. Forse le persone apprezzano quello che creo e il modo in cui recito”.

Non considero quei premi come un punto di arrivo, anzi. Credo siano stati soprattutto una piccola conferma che mi ha dato ancora più voglia di continuare, migliorare e vedere fin dove posso arrivare.

7. Con A Captive Mind hai ricevuto quattro riconoscimenti da giurie diverse. Quale caratteristica personale pensi abbia pesato di più in questo risultato: il talento nell’interpretazione, o qualcos’altro, come la disciplina o la capacità di entrare davvero nel personaggio?

Credo che A Captive Mind sia riuscito ad arrivare alle persone perché parte da un personaggio che molti conoscono e con cui sono cresciuti, ma cerca di guardarlo da una prospettiva completamente diversa.

La protagonista, Annabelle, è ispirata a Belle de La Bella e la Bestia, ma io volevo chiedermi cosa potesse realmente accadere nella mente di una ragazza rinchiusa in una torre che, con il passare del tempo, comincia a provare dei sentimenti per la persona che la tiene prigioniera. Il corto affronta quindi il tema della sindrome di Stoccolma e soprattutto il dubbio della protagonista: quello che prova è reale oppure è il risultato dell’isolamento, della paura e del bisogno di trovare un legame con qualcuno?

Credo che la caratteristica personale che abbia pesato maggiormente sia stata la volontà di entrare davvero nella psicologia del personaggio e, allo stesso tempo, di trovare un modo molto personale per raccontarla. Una delle scelte a cui tengo di più, per esempio, è stata quella di utilizzare entrambe le lingue che fanno parte della mia vita, l’italiano e l’inglese, attribuendo loro due funzioni diverse.

Quando Annabelle parla con gli oggetti che la circondano, lo fa in italiano. È quasi un linguaggio intimo che crea per sentirsi meno sola, dando una voce e una personalità a oggetti che, razionalmente, sa benissimo non poterle rispondere. Quando invece esprime direttamente ciò che sta vivendo e cerca di affermare di essere ancora consapevole della realtà, parla in inglese. Lei sa che quegli oggetti sono soltanto oggetti e sa quanto sia assurda la situazione in cui si trova; semplicemente ha bisogno di qualcosa con cui comunicare per non sentirsi completamente sola.

Quindi non so se sceglierei semplicemente il talento come risposta. Direi piuttosto la capacità e la volontà di mettere qualcosa di molto personale dentro un personaggio, insieme alla disciplina necessaria per trasformare quell’idea in qualcosa di concreto. È stato un progetto su cui ho lavorato e faticato molto, ma proprio per questo sono particolarmente felice che sia riuscito ad arrivare alle persone e alle diverse giurie che lo hanno visto.

8. Nonostante i premi già ottenuti, sei ancora all’inizio del tuo percorso nel cinema. Come vivi questa fase, tra i risultati già raggiunti e la strada che c’è ancora da fare?

Credo di essere una persona che non si sentirà mai davvero “arrivata”. Anche se un giorno dovessi raggiungere esattamente il punto in cui oggi sogno di arrivare, probabilmente troverei subito un nuovo obiettivo, una nuova sfida, qualcosa in cui crescere ancora.

Sono molto felice dei risultati che ho raggiunto finora, anche perché alcuni sono arrivati prima di quanto avrei immaginato. Cerco di fermarmi ogni tanto e riconoscerli, perché per me è importante non dare per scontato quello che sto costruendo. Allo stesso tempo, però, sento molto chiaramente che questo è soltanto l’inizio del percorso che spero di avere nel cinema.

Forse a volte pretendo anche troppo da me stessa. Ho questa continua spinta a voler fare di più, imparare di più, raggiungere il prossimo obiettivo. E dall’altra parte ci sono le paure e le insicurezze che ogni tanto mi dicono di rallentare. Vivo un po’ in questo equilibrio costante tra “posso farcela” e tutte quelle domande che inevitabilmente arrivano quando scegli un mestiere in cui non esiste una strada prestabilita.

Ma forse è proprio questo che mi piace. Non sapere esattamente dove mi porterà questo percorso, continuare ad avere qualcosa da conquistare e non sentirmi mai completamente soddisfatta nel senso positivo del termine. I premi per me non significano “sono arrivata”; significano “continua, perché forse sei sulla strada giusta”.

Quindi sì, sono orgogliosa e grata per quello che è successo finora, ma ho ancora fame di esperienze, di personaggi, di storie e di nuove sfide. E spero sinceramente di non perdere mai quella fame, nemmeno se un giorno dovessi arrivare molto più lontano di quanto riesco a immaginare oggi.

9. Hai lavorato anche dietro le quinte, come costumista, truccatrice, script supervisor. Cosa ti hanno insegnato questi ruoli che nessuna scuola di recitazione avrebbe potuto insegnarti?

Quando ho iniziato a studiare cinema, ho capito molto velocemente quanto mi piacesse semplicemente stare su un set. Recitare rimane il mio primo obiettivo e ciò che voglio fare principalmente nella mia carriera, ma ho scoperto di avere anche una grande curiosità verso tutto quello che accade dall’altra parte della macchina da presa.

Durante l’accademia avevo già avuto modo di avvicinarmi ad alcuni ruoli tecnici, quindi partivo da una buona base, ma una volta terminati gli studi sentivo di aver bisogno di fare esperienza sul campo. Per questo ho cercato di vivere il set in modi diversi: come truccatrice, costumista, script supervisor e in altri ruoli di produzione. Ogni esperienza mi ha fatto scoprire un aspetto diverso della realizzazione di un film.

Credo che la cosa più importante che mi abbiano insegnato sia l’empatia. Quando sei un attore è facile concentrarti sulla tua scena, sul tuo personaggio e sulla tua performance. Quando invece hai lavorato anche dietro le quinte, inizi a renderti conto realmente di quante persone siano necessarie per permetterti di arrivare davanti a quella macchina da presa.

Un film per me è un enorme puzzle. Lo sceneggiatore, il regista, il direttore della fotografia, i costumi, il trucco, gli assistant director, lo script supervisor, gli attori: ognuno possiede un piccolo pezzo e nessuno, da solo, può creare l’immagine completa. È soltanto quando tutti quei pezzi si uniscono che nasce qualcosa che, per me, ha ancora un po’ di magia.

Queste esperienze mi hanno resa anche un’attrice più consapevole. Per esempio, lavorare come script supervisor mi ha fatto capire ancora meglio quanto siano importanti la continuità e la precisione tra un take e l’altro. Ma soprattutto mi hanno insegnato a guardare il set non soltanto dal punto di vista dell’attore, ma come un lavoro collettivo.

E c’è anche un piccolo effetto collaterale: ormai faccio molta fatica a guardare un film senza analizzare quello che succede dietro. [ride] Mi ritrovo a osservare la continuità, le inquadrature, il montaggio o a pensare a come abbiano realizzato una determinata scena. Non sempre le persone che guardano film con me apprezzano questa nuova abitudine.

Ma continuo a voler scoprire nuovi ruoli e fare nuove esperienze, perché credo che conoscere meglio ogni pezzo di quel puzzle possa rendermi, alla fine, anche un’attrice migliore.

10. Ripensando al passato, nel tuo percorso, c’è stato un mentore o qualcuno che ritieni sia stato una persona molto importante per la tua crescita professionale?

Credo che, più che un singolo mentore, le persone più importanti nel mio percorso siano state i miei genitori.

Mi hanno sempre incoraggiata a esprimere e a vivere la mia creatività, fin da quando ero bambina: dal coro al teatro, fino alla decisione molto più grande di trasferirmi a New York e frequentare un’accademia di recitazione. Non mi hanno mai fatto sentire come se il mio lato creativo fosse qualcosa che dovessi mettere da parte per scegliere necessariamente una strada più convenzionale.

Credo sia ancora più significativo considerando che questa non è una carriera semplice. È un percorso pieno di incertezza, in cui non esistono garanzie, e posso capire quanto possa essere difficile per un genitore vedere un figlio scegliere una strada del genere. Nonostante questo, loro sono sempre rimasti presenti.

Mi hanno vista crescere artisticamente negli anni. Sono venuti ai miei concerti, mi hanno vista recitare, mi hanno sostenuta nelle diverse fasi del mio percorso e sono arrivati fino a New York per assistere alla presentazione della mia tesi. Nei momenti in cui io stessa dubito delle mie capacità, sono spesso loro a ricordarmi quanto credano che io sia portata per questo lavoro e a spingermi a continuare.

E credo che questa presenza non sia affatto scontata. Non tutti avrebbero fatto, e continuerebbero a fare, quello che i miei genitori hanno fatto per permettermi di inseguire qualcosa di così difficile e imprevedibile.

Per questo, se devo pensare alle persone che hanno avuto il ruolo più importante nella mia crescita, non soltanto personale ma anche professionale, penso a loro. Gran parte della libertà che ho avuto di scoprire che tipo di artista volessi diventare nasce anche dal fatto che mi hanno dato la possibilità di provarci. E di questo sarò sempre profondamente grata.

11. Come vedi la tua carriera evolversi nei prossimi anni, tra recitazione, scrittura e il tuo interesse crescente per la regia?

Sicuramente nel mio futuro la recitazione rimane la priorità assoluta. È ciò che amo di più e il percorso su cui voglio continuare a costruire la mia carriera. Allo stesso tempo, però, sento sempre più forte il desiderio di esplorare anche la scrittura e la regia.

Ho diversi progetti che vorrei riuscire a realizzare nei prossimi anni, perché mi piacerebbe portare nel mondo cinematografico qualcosa che sia completamente mio. Le storie che scrivo spesso partono da esperienze, emozioni o situazioni che ho vissuto personalmente, per poi trasformarsi in qualcosa di diverso attraverso la scrittura. Prendo qualcosa di reale e cerco di dargli una dimensione più cinematografica, lasciando che la realtà diventi il punto di partenza per creare un’altra storia.

Per questo credo che i miei progetti personali siano anche un modo per conoscere una parte diversa di me. Quando interpreto un personaggio scritto da qualcun altro, metto una parte di me al servizio della sua storia; quando invece scrivo qualcosa di mio, inevitabilmente lascio che sia una parte della mia storia a entrare nel film.

Mi piacerebbe quindi continuare a crescere prima di tutto come attrice, ma senza limitare la mia creatività a un’unica forma. Scrivere e, in futuro, dirigere i miei progetti sarebbe un modo per ampliare la mia identità artistica e avere la possibilità non soltanto di interpretare delle storie, ma anche di crearle.

Non so esattamente dove mi porteranno tutte queste strade, e forse è proprio questo il bello. Ma spero che tra qualche anno possa guardarmi indietro e vedere tanti personaggi che ho avuto la possibilità di vivere e, accanto a loro, anche alcune storie che prima esistevano soltanto nella mia testa e che sono riuscita a trasformare in film.

Rileggendo queste undici risposte una dopo l’altra, quello che emerge non è il racconto di chi insegue un risultato. In nessuna di queste risposte compare il desiderio di compiacere o di diventare qualcuno agli occhi degli altri: quello che si intravede, piuttosto, è il bisogno di continuare a scoprire cosa c’è dentro di sé, personaggio dopo personaggio, palco dopo palco. Forse è proprio questo il segreto nascosto dietro un percorso come il suo. Non pianificare un risultato, ma lasciare che il rigagnolo continui a scendere, scavando ogni volta un po’ più a fondo dentro se stessi prima ancora che nel mondo.

Trovare armonia e congruenza tra ciò che si fa e ciò che si è non è forse il segreto non solo del successo, ma della felicità?