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L’attrice che scrive per sé: quando chi recita è anche autrice del proprio lavoro

C’è un termine tecnico, nel linguaggio del cinema indipendente, per definire chi scrive, dirige e interpreta il proprio lavoro: “hyphenate”, letteralmente “con il trattino”, come in attore-sceneggiatore-regista. Non è un’etichetta nuova. Charlie Chaplin, Mary Pickford e Douglas Fairbanks fondarono nel 1919 la United Artists proprio per questo motivo: controllare da soli la propria opera, invece di affidarla interamente agli studios. Negli anni Cinquanta la Nouvelle Vague francese, con Truffaut e Godard, ha reso quella pratica quasi una dichiarazione di poetica, la cosiddetta teoria dell’autore.

Ma perché, a un certo punto, interpretare un personaggio scritto da altri smette di bastare? La spiegazione più immediata è pratica: le attrezzature digitali costano una frazione di quanto costavano vent’anni fa, il montaggio si fa su un computer portatile, e non serve più aspettare che un casting director offra il ruolo giusto. Ma c’è anche una ragione meno visibile, legata al mestiere stesso dell’attore. Chi recita passa anni a interpretare visioni altrui, a rispondere a un personaggio già definito da qualcun altro, spesso senza voce in capitolo su come quel personaggio verrà scritto, montato, raccontato. Scrivere e dirigere significa riprendersi quel controllo: decidere non solo come interpretare una storia, ma quale storia vale la pena raccontare, e come.

C’è poi un aspetto più sottile, legato all’empatia che il mestiere dell’attore richiede comunque. Chi interpreta un personaggio deve già capirne a fondo i pensieri, le contraddizioni, il modo di reagire al mondo: è un esercizio non troppo distante da quello che serve per scriverne uno da zero. Per molti attori, il passaggio alla scrittura non è quindi un salto in un mestiere estraneo, ma un’estensione naturale di un lavoro che già facevano, solo applicato a un livello diverso.

Alcuni esempi noti

Non è un fenomeno isolato, e negli ultimi anni sembra anzi in crescita. Ida Lupino, Jordan Peele, Greta Gerwig, Ben Affleck, Clint Eastwood, e in Italia Paola Cortellesi: nomi diversi per epoca, genere e paese, ma accomunati dalla stessa scelta, ognuno per ragioni proprie.

Forse questa crescita non è un caso isolato del cinema, ma riflette qualcosa di più ampio nel modo in cui oggi si pensa alla propria immagine pubblica. Viviamo in un tempo in cui l’autodeterminazione, la possibilità di raccontarsi da sé invece di essere raccontati da altri, è diventata un valore diffuso ben oltre il cinema: lo si vede nella scrittura autobiografica, nei podcast, nella cura quasi ossessiva con cui ciascuno costruisce la propria narrazione pubblica sui social. In questo contesto, un attore che scrive e dirige il proprio lavoro non fa altro che applicare al proprio mestiere una tendenza che attraversa già gran parte della cultura contemporanea: meno fiducia nei filtri tradizionali, più bisogno di controllare in prima persona come si viene visti e raccontati.

Un’attrice italiana che segue questa strada a New York: Giaele Ronchi

Giaele Ronchi, attrice italiana formatasi alla New York Film Academy, si inserisce in questa stessa tradizione, ancora agli inizi ma con un metodo già riconoscibile: tre lavori di cui è autrice oltre che interprete, A Captive Mind, The Last Message e The Voice Between Us. Non è un dettaglio isolato nella sua carriera, è una scelta ripetuta, e lei stessa l’ha spiegata con chiarezza in una intervista rilasciata ad Attrici Emergenti: “Quando interpreto un personaggio scritto da qualcun altro, metto una parte di me al servizio della sua storia; quando invece scrivo qualcosa di mio, inevitabilmente lascio che sia una parte della mia storia a entrare nel film.” E aggiunge: “Credo che i miei progetti personali siano anche un modo per conoscere una parte diversa di me.”

A Captive Mind

A Captive Mind è il lavoro più riconosciuto tra i tre: Giaele lo ha scritto, curato nel montaggio e interpretato nel ruolo di Anabelle. Il monologo tratto da questo lavoro le ha fatto vincere il premio Best Monologue a The Actors Awards, oltre a un riconoscimento come Best Actress all’East Valley New York Film Festival e ai Milan Gold Awards.

The Last Message

In The Last Message, Giaele ha firmato sia la sceneggiatura sia la regia. È un passo ulteriore rispetto al monologo di A Captive Mind: non solo scrivere per sé, ma anche decidere come quella scrittura debba essere messa in scena, inquadratura per inquadratura.

The Voice Between Us

The Voice Between Us conferma questa direzione, sempre con Giaele come sceneggiatrice e regista. Tre lavori firmati non sono un episodio isolato: sono un metodo di lavoro, ripetuto e coerente nel tempo.

C’è forse una ragione più intima, che nel caso di Giaele emerge con chiarezza dalle sue stesse parole. Scrivere un personaggio non è solo un esercizio tecnico: è anche un modo per lasciare che una parte di sé, altrimenti inespressa, trovi finalmente spazio in una storia. Non un titolo in più da aggiungere al proprio profilo, ma un movimento verso l’interno prima ancora che verso l’esterno: capire, attraverso quello che si sceglie di raccontare, una parte di sé che nessun personaggio scritto da altri potrebbe mai restituire.