Non tutte le strade per diventare attrice sono uguali
Il percorso di Giaele Ronchi
Nel mondo dello spettacolo esistono molte porte diverse per arrivare a recitare. C’è chi ci arriva dopo anni di accademia, chi da un concorso di bellezza, chi perché già noto in un altro campo, la musica, la televisione, i social, e si ritrova offerto un ruolo prima ancora di aver studiato recitazione. Nessuno di questi percorsi è, in sé, sbagliato: il cinema ha bisogno di volti diversi, storie diverse, e la notorietà preesistente ha sempre aperto porte, in ogni epoca del settore.
Ma i percorsi lasciano tracce diverse. Chi costruisce la propria formazione con calma, passando per il teatro, una scuola di recitazione, magari anche per ruoli tecnici sul set, porta con sé strumenti che altri percorsi, per loro natura, non insegnano allo stesso modo: la capacità di sostenere un personaggio lontano da sé, la disciplina del ripetere una scena decine di volte restando presente, la comprensione di cosa succede davanti e dietro la macchina da presa.
Una formazione costruita passo dopo passo
Il percorso di Giaele Ronchi, attrice italiana oggi attiva tra Europa e Stati Uniti, è un esempio chiaro di questo tipo di costruzione lenta. Non arriva alla recitazione da un giorno all’altro, né da un episodio isolato di notorietà. Comincia da bambina nel Coro di Voci Bianche dell’Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi, un’esperienza che, nelle sue stesse parole, le ha insegnato soprattutto “la disciplina e il valore del lavoro di gruppo: in un coro capisci molto presto che puoi essere bravissimo individualmente, ma se non ascolti gli altri non funziona nulla.”
Parallelamente arriva il teatro, iniziato ancora più giovane. Non è stata una scelta sua, all’inizio: “All’epoca facevo fatica a creare amicizie e credo che mia madre mi abbia iscritta anche per aiutarmi a uscire da quello scudo che mi ero costruita intorno.” È un dettaglio che dice molto su come nascono davvero certi percorsi artistici: non sempre da un talento riconosciuto fin da subito, a volte da un bisogno più semplice, quello di trovare uno spazio in cui sentirsi libera di essere qualcun altro.
Dal coro al teatro, fino alla scuola di cinema a New York e ai mesi passati a imparare il mestiere anche da dietro la macchina da presa, il filo conduttore resta lo stesso: nessuna scorciatoia, solo un pezzo alla volta. Questa parte del suo percorso, la formazione tecnica sul set, è raccontata più nel dettaglio in un altro articolo dedicato.
Cosa distingue davvero i due tipi di percorso
La differenza tra chi arriva alla recitazione per una strada già affollata di attenzione, un volto già noto, una popolarità nata altrove, e chi invece costruisce un metodo negli anni non si vede quasi mai nel primo film o nella prima intervista. Si vede più avanti. Un ruolo può prevedere un personaggio molto diverso da chi si è nella vita reale, per carattere, esperienze, modo di pensare o di provare emozioni. Recitarlo bene non significa fare finta per pochi minuti davanti alla macchina da presa: significa mantenere quello stato, quella caratterizzazione, per l’intera durata delle riprese di una scena, anche quando si ripete la stessa scena per la ventesima volta o si resta fermi ad aspettare che la luce venga sistemata. O, più semplicemente, si vede quando bisogna capire perché il regista chiede di rifare un’inquadratura, invece di limitarsi a eseguire senza capirne il motivo.
Chi ha attraversato una formazione lunga arriva a questi momenti con strumenti già collaudati. Chi non l’ha fatta può comunque arrivarci, ma spesso deve costruirli proprio lì, sul campo, con più margine di errore e meno rete di sicurezza sotto di sé. Non è un giudizio di valore sul talento delle singole persone: è semplicemente la differenza tra un metodo esercitato per anni e uno scoperto sul momento.
Perché questa differenza conta
Non significa che una carriera nata da altre strade sia meno legittima o meno meritevole di attenzione. Significa che, quando arriva un premio o un riconoscimento a un’attrice che si è formata così, quel risultato porta con sé qualcosa di diverso: non solo un giudizio positivo su una singola interpretazione, ma la conferma che un metodo di lavoro, costruito negli anni con pazienza, funziona davvero.
I quattro riconoscimenti ottenuti da Giaele Ronchi per il cortometraggio A Captive Mind vanno letti anche in questa chiave. Non sono il risultato di un colpo di fortuna o di una notorietà già acquisita altrove, ma il punto di arrivo, per ora, di un percorso che ha attraversato un coro, un palcoscenico, un’accademia di cinema e più di un ruolo dietro le quinte. È un tipo di strada più lenta, spesso meno immediata da raccontare, ma è anche quella che, quando porta a un risultato, lo rende più difficile da liquidare come coincidenza.










